Terravecchia – Pasquale Loiacono -
Il giorno dell’incubo è alle spalle, ma il tenue sole che
inonda di luce il borgo di Terravecchia, alle falde della Sila
Jonica, sull’ampio terrazzo naturale da cui si domina il mare,
mostra
l’impeto
della natura in tutta la sua selvaggia potenza.
Il lungo muro di contenimento, 25 metri per 5, costruito 2 anni per
arginare il bordo dell’altura ove sorge un improbabile asilo nido,
che col tempo sarebbe dovuto divenire una canonica, ad uso del clero
locale, non ha retto l’urto delle abbondanti piogge ed è crollato,
travolgendo un’abitazione privata e distruggendone un’intera ala, e
rendendo inagibili le case a valle, sula Via Piana.
Fortunatamente all’ora del disastro nessuno degli occupanti era in
quelle stanze: sarebbe stata una tragedia.
Fin dal primo mattino i mezzi meccanici predisposti
dall’amministrazione comunale cercano di farsi spazio, ma quel che
rimane dello spezzone di cemento è pericolosamente in bilico e
potrebbe collassare da un momento all’altro.
Quello che avrebbe dovuto essere un argine artificiale si è
trasformato in una bomba ad orologeria: gli abitanti sono convinti
che senza quell’ostacolo in cemento armato non sarebbe successo quel
che è capitato.
"Quel muro - dicono - ha creato una vero e proprio ostacolo
all’eccezionale acqua piovana che si è depositata fra l‘asilo e la
barriera artificiale, fino a diventare un sorta di diga dalla forza
incredibile, tanto da scardinare tonnellate di cemento e terra e
rovinare sule abitazioni sottostanti".
L’improbabile asilo nido, in un luogo ad incremento demografico
sotto zero, venne edificato oltre 30 anni fa, quando le spese
pubbliche erano allegre e si progettavano manufatti insignificanti,
utili solo ai signori della politica per strappar voti.
Il sindaco, Mauro Santoro, è stato costretto ad emettere ben 5
ordinanze di sgombero: ma queste volta si tratta di provvedimenti
"reali", nel senso che quelle case di Via Piana, costruite mattone
su mattone, si sono liquefatta in un anonimo giorno di gennaio,
nell’anno del Signore 2009, a Terravecchia, ameno e pacifico paesino
della Calabria infelix, ove nemmeno i corvi osano più.
Poteva essere una strage: "Avevo appena finito di asciugarmi i
capelli – dice una componente della famiglia
Nucaro – quando ho
sentito un rumor assordante: se mi fossi attardata in bagno qualche
attimo in più sarei finita sotto cumuli di macerie".
Ma le responsabilità si cercheranno dopo: adesso si cerca di
liberare dal mare di fango quel che rimane di 5 abitazioni.
Il sindaco, Mauro Santoro, ha immediatamente costituito una unità di
crisi che è all’erta 24 ore su 24, in costante contatto con la
protezione civile ed i vertici della provincia di Cosenza.
Ed ora che, almeno pare, il pericolo, almeno per l’incolumità delle
persone, è scampato si fa la conta dei danni, più morali che
materiali, mentre pezzi di vita e sacrifici sono smottati assieme
all’umana incuria e cupidigia.
Quell’asilo nido, una delle tante cattedrali nel deserto, non era
mai entrato in funzione.
Non ci sono le condizioni in un centro ove, nell’anno appena
trascorso, sono nati solo 4 bambini ed il lavoro di mamme e papà,
che giustificherebbe l’affido dei pargoli ad una struttura pubblica,
è ancora un sogno lontano.
Da ultimo, qualche anno fa, l’amministrazione civica aveva ottenuto
250 mila Euro per il completamento della struttura che intanto aveva
cambiato destinazione d’uso: sarebbe dovuta diventare un centro di
aggregazione per giovani (che non ci sono più) ed anziani.
Sembra che ad un certo punto sia nato un contenzioso con l’impresa
appaltante che non avrebbe rispettato il progetto originario.
Da qui lo stop del cantiere; una vertenza chiusa con una transazione
e la speranza di portare a termine l’opera entro pochi mesi.
Così non è stato ed ora è poco probabile che il "mausoleo" possa
ritornare ad essere preso in considerazione: dopo il fiume di denaro
è seguito quello del fango, ed ora appare quasi certo che quell’ammasso
di cemento, oramai un vero e proprio pericolo, sarà abbattuto.
Con buona pace dei terravecchiesi e del denaro pubblico.