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Una giornata al pronto soccorso di del "Cosentino", certamente da dimenticare
La mortificazione più grave che i politici hanno inflitto alla comunità del basso ionio cosentino
Codice rosso per la politica sanitaria regionale che abbandona sempre più i cittadini

  

CARIATI – Pasquale Loiacono - Pensare di ricorrere alle cure del pronto soccorso presso il “Vittorio Cosentino” è un incubo che si materializza in tutta la sua brutalità; la prova che alle istituzioni, e quindi alla politica,  della salute pubblica non importa un bel niente: a meno che non ci sia da lucrare aggiungendo qualche zero al conto corrente.
L’astanteria è gremita; contiamo almeno 50 persone. Le richieste sono le più varie e, comunque, chi si arma di pazienza e di qualche bottiglia d’acqua, perché sa che deve attendere almeno 3 ore, non lo fa certo per diletto: ci deve essere qualche problema, anche minimo.
Sono le 12 di un giorno qualunque; il termometro supera abbondantemente i 30 gradi; due ragazzi bivaccano sgranocchiando un panino: “Tanto lo sappiamo che dobbiamo attendere almeno fino alle 15. Dobbiamo ritirare soltanto un certificato di dimissioni”.
Un’ambulanza fa la spola con gli ospedali di Trebisacce, Corigliano e Rossano, perché quaggiù il reparto di chirurgia è chiuso per volere aziendale dal 14 luglio e la maggior parte dei pazienti traumatizzati necessita di “osservazione”, cioè di un ricovero, seppure breve. Un’altra autolettiga è impegnata nel territorio per soccorsi da “codice rosso”, ma intanto deve rientrare alla base perché c’è da trasportare urgentemente un bimbo appena venuto al mondo in un ospedale dotato di divisione neonatale.
Se nel frattempo dovesse occorrere un’emergenza (un infarto, un grave incidente) meglio votarsi a qualche santo e pentirsi dei propri peccati.
Arriva una signora anziana che perde sangue dal naso. È caduta: codice giallo. Ha, giustamente, la precedenza.
A frotte giungono turisti in tenuta mare infradito canotta:  un superabbronzato zoppica vistosamente; un bambino omogeneizzato lamenta un dolore all’indice; altri ritengono di essere stai “toccati” da un “pesce strano, forse una medusa”.
C’è un signore che ha bisogno di un semplice prelievo di sangue che stabilisca le cause di una colica dolorosa e ricorrente: dopo 4 ore di snervante attesa se ne va.
Il caos regna sovrano, perché qualcuno comincia a perdere la pazienza: “È così tutti giorni, tutte le ore – dice un infermiere dagli occhi stanchi – tanto che ti senti umiliato quando non puoi dare risposte certe, e possibilmente immediate, a tutti”.
Già, umiliante un lavoro del genere. Eppure “eroico”, se si pensa che nelle 24 ore vengono erogate mediamente oltre 150 prestazioni, una ogni 8 minuti del giorno e della notte.
È un’attività massacrante distribuita in 3 turni, e per ogni turno un solo medico e due infermieri, quando ci sono, perché uno deve essere sempre a disposizione del servizio 118.
Ma l’impegno quotidiano di questi “coraggiosi” si scontra spesso con una realtà durissima: come si fa ad operare in tranquillità, senza stress, se alle spalle non hai nessun reparto attivo?.
La risposta, forse, la conosce solo il direttore generale dell’azienda sanitaria provinciale di Cosenza, Franco Petramala, colui che ha completato l’opera di demolizione di un ospedale efficiente e funzionante fino a  qualche anno fa, ed ora ridotto ad appena 35 posti letto per un popolazione residente di 60 mila abitanti che in questo periodo triplica.
La risposta non la conoscono i sudditi – cittadini ed i turisti, che non sono polli da spennare, ma una risorsa insostituibile per i nostri centri: “Veniamo volentieri anche perché sappiamo che c’è un ospedale. Ci sentiamo più sicuri. Ma ora che tutto si sta smantellando, l’anno prossimo ci regoleremo meglio”.
Giunge una signora. Ha il viso stravolto dalla sofferenza. Si appoggia ad una barella. Si contorce comprimendosi il ventre. Sembra invocare aiuto, ma resiste. E nessuno si accorge di lei.
Dopo due ore, vinta dal dolore, scoppia in un pianto dirotto. Gli altri “compagni di sventura”, più “fortunati”, sono solidali ed iniziano ad protestare: pretendono che la poveretta sia immediatamente visitata da un medico, a costo di rimanere loro senza cure.
Si affaccia un infermiere che tenta di giustificare il disservizio e propone: “Si distenda su quella barella, starà meglio”.
La “folla” è esasperata: ma come, distesa su una barella, nella sala d’aspetto, in mezzo a tutta questa gente?
Si trova un accomodamento ed infine per la sofferente si aprono le “porte” del locale medico.
Ma si ricomincia daccapo, perché in lontana si sente l’ululato di una sirena che si avvicinano: codice rosso.
E cartellino rosso, aggiungiamo noi, da espulsione, per i miopi signori della politica che hanno clamorosamente disertato una battaglia di civiltà per il diritto alla salute, smarrendo anche l’ultimo sentimento rimasto loro: il pudore.