Immigrati: 29 egiziani (o libici?) sbarcano sulla costa di Cariati in condizione pietose. Immediati i soccorsi rifocillati e vestiti


Ancora una volta i cittadini di Cariati si sono distinti per la loro solidarietà




CARIATI – Sono tutti scalzi ed intirizziti dal freddo, nonostante la prima splendida giornata di primavera. Li hanno trovati in un casolare diroccato, sulla spiaggia di San Leo: sono in 25, tutti, sembra, di nazionalità egiziana, certamente non nipoti del fu Mubarak. Sono sbarcati, ed è la prima volta che accade in provincia, ieri mattina all’alba, su un barcone senza remi né motore. Una carretta del mare, ci dice chi se ne intende, che altro non è che una modesta scialuppa di salvataggio in uso ad imbarcazioni più ampie. Dunque, la deduzione appare logica anche alle forze dell’ordine: nella notte un naviglio risale lo Jonio cosentino ed abbandona, qua e là, il carico dei disperati in più punti della costa. Il frenetico martedì di marzo inizia di primo mattino, quando un barista cariatese, intorno alle 6 e 30, si avvede di un esile fanciullo, fradicio di salsedine, che sosta nei pressi del suo esercizio. Gli occhi persi nel vuoto cercano, nel linguaggio universale della disperazione, aiuto. L’esercente intuisce che qualcosa non va per il verso giusto: questo non è il solito fannullone. Cerca inutilmente di parlarci e quando si accorge che l’incomprensione verbale è totale gli fa segno di entrare; gli dà indumenti asciutti; lo calza; lo sfama. “Quando gli ho porto il primo bicchiere di latte – dice il samaritano – non è riuscito nemmeno a portarselo alle labbra, tanto era il tremore e la paura: Allora ho chiamato i carabinieri ed il parroco don Mosè Cariati, della Parrocchia Cristo Re, mentre mia sorella cercava in tutti i modi di fare capire a quell’esserino indifeso che non doveva avere timore di noi. Mi sono sentito così piccolo dinanzi al dramma che si apriva dentro di me”. Intanto, ad appena un chilometro più a nord, l’autista di un pullman di linea scorge sulla statale 106 due fagotti umani, seminudi, che vagano senza meta. Il cuore degli uomini è grande; si ferma e li carica a bordo. Hanno freddo e così accende a manetta il riscaldamento; anch’egli intuisce la terribile verità e raggiunge la prima stazione di servizio “attrezzata” per eventuali necessità: la “Esso” di Calopezzati. I titolari non si fanno pregare più di tanto e prendono letteralmente in consegna i due ragazzini ai quali forniscono, oltre agli indumenti, ogni genere di conforto. Le forze dell’ordine non sono tranquille: dietro quei casuali “ritrovamenti” si potrebbe nascondere qualcosa di più grave. Intanto i ragazzi, con l’ausilio di un interprete, riferiscono di essere giunti sulle nostre spiagge a bordo di un natante assieme a circa 100 persone: è allarme. Che si traduce in realtà quando, intorno alle 14, si scoprono 25 esseri umani ammassati in una casupola sulla spiaggia di San Leo ove giace, piaggiata, una rozza imbarcazione. I “clandestini”, come li definisce una legge tutta italiana, sono trasferiti presso la Charitas locale, dove ciascuno fa a gara per prestare un minimo di solidarietà: un abbondante pasto caldo; tanti indumenti e scarpe e, soprattutto un sorriso, quello che loro ti ricambiano con le dita alzate a forma di V, per significare che ce l’hanno fatta a fuggire dalla morte. Chiedi loro da dove vengono, e ti rispondono in monosillabi: “Libia, Libia”. Una pietosa bugia per ottenere lo status di “rifugiato”. In realtà, secondo quanto trapelato, si tratterebbe di cittadini egiziani. Fratelli nostri, comunque. Uomini come noi, con un cuore ed una memoria che vaga tra le piane del Nilo ed il mare di Calabria.


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