GIUSEPPE PRANTERA RISCHIA LA VITA PER UN PROIETTILE VAGANTE





di Pasquale Loiacono

MIRTO CROSIA – Da eri mattina sulla 106 si può morire anche per l’altrui inettitudine, imperizia, leggerezza, non solo per incidenti stradali.
Giuseppe ha accompagnato, come tutte le mattine, la sorella al lavoro, nella vicina Calopezzati.
Lui è il primo della fila, nella sua Ford Fiesta, ed aspetta il “via libera” dagli uomini dell’Anas che stanno bitumando l’asfalto.
Il finestrino del posto di guida è aperto: comincia a fare caldo.
Lui, forse, non si accorge di nulla; forse non sente nemmeno il dolore che gli sconquassa il cranio.
Un attimo e la vita gli sembra scivolare via, a 32 anni.
Gli operai di un’azienda vicina accorrono disperati: hanno sentito un tonfo e capito che qualcosa deve esser accaduto.
È Giuseppe, riverso sul sedile in un mare di sangue.
Il maresciallo Caputo, comandante dei carabinieri di Calopezzati, che è lì per caso, compie il suo dovere fino in fondo, ma prima d’ogni cosa chiama il 118: codice rosso.
Ma l’ambulanza, in questa terra sciagurata, nonostante il breve percorso, da Rossano a Mirto ci sono poco più di 10 chilometri, arriva dopo 40 minuti: un tempo interminabile per chi lotta tra la vita e la morte.
Adesso Giuseppe è a Cosenza; un filo sottile lo tiene attaccato alla vita, quella che lui amava tanto.
“Ce la devi fare, Giuseppe”, urlano con rabbia e stringono i pugni i suoi amici, quelli di sempre, quelli che lo conoscono e di lui apprezzano la schiettezza, la semplicità, il suo essere “un po’ così”: timido, spesso impacciato, ma con un cuore grande come l’alba che irradia le tenui mattine di Calabria e calda come il sole che, finalmente, dopo ore di tramontana, sorride sulle onde increspate dello Jonio.
Giuseppe lavora nel bar di famiglia, assieme al padre, il signor Cataldo, nella centrale Piazza Rossa.
È un luogo di ritrovo della “Mirto dei bravi ragazzi”, ove ogni sera si raduna gente che proviene anche dai paesi vicini.
Giuseppe è un “galantuomo nato”, perché per ciascuno, dice chi lo conosce, ha “sempre una parola di cortesia”.
“Non lo abbiamo mai sentito alzare la voce o tentare un cenno di lite”, confermano gli intimi, “ed, anzi, quando c’era qualcuno che, per troppa esuberanza, tentava di ravvivare una serata, magari spenta, oltrepassando i limiti della creanza, lui, col suo sornione ed accattivante sguardo, calmava ogni bollente spirito”.
Ora, tutti pregano per Giuseppe: “Deve farcela. Non può lasciarci. Lui è un gran lottatore che difficilmente si arrenderà. Coraggio, Giuseppe, mostra che sei uno di noi”.

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